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PostHeaderIcon Il nostro Statuto e la "questione morale"

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di Vincenzo Favata, IT9IZY

Nel corso dell'ultima assemblea dei Comitati regionali è stata votata e non approvata, su proposta scritta inviata nei termini statutari del Comitato Regionale Sicilia, la seguente modifica del regolamento: “I soci condannati  nel primo grado di giudizio per reati dolosi, non possono ricoprire cariche sociali sino alla eventuale sentenza di assoluzione. I soci che hanno procedimenti penali pendenti, a qualunque titolo, che coinvolgono altri soci o l'associazione, sono sospesi da ogni diritto associativo. I soci che abbiano subito condanne definitive per reati dolosi, non possono far parte dell'associazione non avendo più i requisiti di cui agli artt. 6 e 15 dello Statuto ARI”.

 

La mancata approvazione – anche a  seguito dell'astensione di alcuni rappresentanti dei comitati regionali ed all'allontanamento di altri  delegati al momento dela votazione - delle modifiche regolamentari presentate dal C.R. Sicilia, proposte per rendere operative le norme statutarie previste a tutela della moralità dei soci, impone alcune osservazioni d'ordine generale.

 

Da tempo, non si è mancato di leggere, a commento dello Statuto ARI,  varie affermazioni che brillano solo per la loro superficialità e che, in buona sostanza, si possono ricondurre alla laconica ed apodittica  affermazione che il nostro Statuto è superato dai tempi.

Lo Statuto ARI, collocato in questo crogiuolo d'idee e sentimenti, invece di mostare i suoi molteplici anni, ha ricominciato a risuonare vivente nelle coscienze di molti soci.

La sua attenta lettura si è rivelata un patrimonio di risorse morali ignoto a molti ma esistente: innanzitutto è emersa la natura dello statuto come progetto di vita associativa.

Esso, a differenza del regolamento, non è solo un codice di condotta che mira a punire comportamenti difformi dalla norma; è  invece - e in massima parte - l'esternazione scritta delle regole di una convivenza associativa secondo i principi ispiratori del radioamatore ideale, corretto ed animato da sani principi.

Il rispetto dello Statuto non si riduce quindi alla semplice non violazione ma richiede attuazione delle sue norme, da assumersi come programmi d'azione sociale conformi allo spirito di coloro che vergarono le nome costitutive dell'ARI.

Il nostro statuto, nelle sue linee fondamentali, guarda oltre  e richiede la partecipazione attiva dei soci alla costruzione del tipo di associazione ch'esso propone; vuole suscitare energie, vuole coscienze vive e propositive; la sua efficacia non deve dipendere dalle sanzioni, ma dal sostegno diffuso da cui è circondato.

Così si comprende quanto sia importante la diffusione di una  vera conoscenza delle norme statutarie, senza conoscenza non vi può essere adesione e senza adesione lo statuto diventa un pezzo di carta senza valore che chiunque può piegare o stracciare a suo piacimento.

Così la non conoscenza delle norme statutarie, ovvero una conoscenza distorta e/o superficiale, può diventare lo strumento nelle mani dei potenti contro gli inermi.

A questo punto occorre precisare che l'approvazione di regole che consentano di essere chiari sul punto che riguarda la correttezza comportamentale dei soci non è una mera esigenza formale ma attiene alla stessa sopravvivenza dell'associazione così come intesa dai soci fondatori.

Fatte queste necessarie premesse, appare necessario chiedersi se  può essere consentito di rimanere nell'ARI, così come  voluta dai padri fondatori,  a coloro non hanno rispettato lo Statuto, a chi lo ha asservito ai suoi interessi personali, a chi ha accusato ingiustamente di fatti gravi e penalmente rilevanti altri soci, a chi ha subito condanne penali,  ledendo in tal modo il buon nome dell'associazione e l'immagine di specchiata moralità dei suoi soci?

Credo proprio di no, così come ritengo non possa non opinare la maggioranza dei soci.

Ebbene penso sia fuori da ogni dubbio che la maggior parte  dei soci ritiene corretto che chi si sia macchiato di colpe non lievi nei confronti di altri soci e della associazione intesa nel suo complesso,  debba essere quantomeno messo nelle condizioni di non nuocere ulteriormente, non per meri motivi punitivi ma per evitare eccessive e strumentali litigiosità tra i soci,  ovvero per porre fine ad inutili lotte intestine foriere soltanto di malcontento sociale.

Peraltro, è noto a tutti che le continue e sterili polemiche, sono poste in essere da gruppi molto esigui però, al contempo, assidui nel diffondere  invettive nei confronti dei veritici della compagine sociale.

Pertanto, per porre fine o per limitare notevolmente le critiche poste in esere solo per fomentare ed incrementare questa litigiosità e per ristabilire la credibilità dell'ARI Ente Morale, l'unica sttrada percoribile è quella tracciata dallo Statuto che  prevede l'assoluta ed ineccepibile moralità del socio.

Ponendo le  nuove basi dell'associazione su un terreno sgomberato da polemiche e da attacchi che riguardano la moralità dei soci si renderebbe un grande servizio a tutti i radioamatori soci e non, che potrebbero rivolgere verso l'ARI uno sguardo sereno e rispettoso, sapendo di porre lo sguardo su di una associazione  forte delle tradizioni passate  che guarda al futuro con fiducia,  consapevole delle proprie qualità.

Pertanto, sarebbe auspicabile che i soci che condividono il concetto che per mantenere alto il livello associativo,  in ossequio alla tradizioni dell'ARI che ha annoverato tra i suoi soci nomi illustri nel campo scientifico  e delle radiocomunicazioni, non si può prescindere dall'affrontare  seriamente la questione morale.

Comprendo bene  e non mi voglio sottrarre alla possibile osservazione  che attiene alla probabilità  di un'esaltazione dell'aspetto punitivo della questione così come posta.

Però è pur vero che l'emarginazione  temporanea di qualche socio, particolarmente litigioso, ovvero colpito da  provvedimenti penali connessi in qualche modo  con l'attività sociale ,  sarebbe ben poca cosa rispetto all'affermazione  della legalità, cioè del rispetto delle regole senza se e senza ma, con il conseguente recupero di credibilità e serietà associativa, anche in ambito intenazionale.

Peraltro, le modifiche auspicate avrebbero posto i vertici dell'ARI nella condizione di valutare con ampia discrezionalità i singoli comportamenti e le conseguenti ed eventuali sanzioni da infliggere.

Il mantenimento dell'attuale situazione consente ai detrattori dell'ARI o per meglio dire a coloro che sperano in un possibile  mutamento  repentino dei vertici associativi di continuare  indisturbati a “pescare nel torbido”.

Spero di aver manifestato il mio pensiero senza urtare la suscettibilità di nessuno e certo  della consapevolezza di agire  solo per il bene dell'ARI alla quale mi lega una lunga appartenenza; ho ritenuto necessario esplicitare a tutti i soci il disapunto per la mancata approvazione di una modifica regolamentare che avrebbe consentito al CDN di applicare fino in fondo, con serenità e certezza interpretativa, lo Statuto.

Invero, a tutt'oggi, non riesco a comprendere, in un'ottica scevra da compromessi, i motivi sottesi ai voti contrari e, a maggior ragione, le argomentazioni di quelli che hanno espressamente e candidamente affermato di non aver potuto deliberare sul punto.

Per meglio comprendere le posizioni altrui mi sono posto nella posizione di coloro che, forse preoccupati di una deriva c.d. “giustizialista”,  hanno ritenuto che fosse preferibile non dar seguito a quello che nello statuto è implicitamente auspicato e cioè che il socio ARI sia  innanzitutto radioamatore e per ciò corretto ed onesto.

Questa valutazione non può essere condivisa, atteso che nel bilanciamento degli interessi in gioco quello della “onorabilità” dell'ARI non può essere parificato agli interessi dei singoli.

Auspico che la questione venga riprosta in futuro, anche con variazioni e/o precisazioni e che  sia valutata con una attenzione maggiore perchè attiene non solo all'attuazione dello Statuto ma anche  all'onestà ed alla correttezza dell'uomo prima e del radioamatore poi.